Busseto: “Un giorno di regno” non è una farsa
Ogni volta che si ascolta Un giorno di regno ci si ritrova spesso a fare la medesima considerazione: «Che opera deliziosa, però non sembra scritta da Verdi». È una boutade, chiaramente, ma è innegabile che per lungo tempo quest’opera non fortunata e negletta dallo stesso autore, non ha nulla a che vedere con la poetica musicale e l’idea drammaturgica che il Verdi svilupperà nel corso della sua vita. Con Oberto nasce il padre di tutti i padri verdiani a venire, da Fiesco a Foscari, da Miller a Rigoletto, sino a Filippo; il linguaggio è nuovo, l’intensità drammatica con la quale i personaggi emergono, pur se ancora con certa incompiutezza, è già personalissima.
In Un giorno di regno, di contro, l’influenza di Rossini e soprattutto di Donizetti è evidente e soverchia: il giovane compositore sembra momentaneamente involversi, quasi a voler compiacere il pubblico e, di fatto, scontentandolo. L’ascolto è sempre gradevole, la musica scorre lieve sullo straordinario libretto di Felice Romani, ma non è Verdi, o meglio lo è ma non sembra.
Avrà la sua rivincita Verdi, ottuagenario, con la “risata final” del Falstaff, e che risata.
Il minuscolo e sonorissimo teatro Verdi di Busseto risulta contenitore ideale per ridare vita a questa piccola opera che ad ogni ascolto ci appare più gradevole, questa volta anche un po’ di più grazie alla minuziosa edizione critica curata da Francesco Izzo che la rende all’ascolto in una brillantezza inattesa.
Nel complesso risulta del tutto convincente, con qualche distinguo, l’esecuzione musicale affidata ai giovani cantanti provenienti in massima parte dal Concorso Internazionale Voci Verdiane Città di Busseto.
Michele Patti disegna un Cavalier Belfiore a tutto tondo, forte di una presenza scenica invidiabile e di mezzi vocali di tutto rispetto. L’emissione è fluida e il senso della frase appare sempre ben compreso e messo al servizio di un’interpretazione intelligente.
Ben risolta ci è parsa anche la Marchesa del Poggio di Gioia Crepaldi, che si muove sul palcoscenico con sorprendente autorità esibendo una vocalità che, fatta salva qualche piccola asprezza negli estremi acuti, lascia prevedere un futuro luminoso.
Decisamente positiva anche la prova di Diana Rosa Cárdenas Alfonso, Giulietta di Kelbar deliziosamente ammiccante. La voce è gradevole nel timbro e ben poggiata su una linea di canto di bella uniformità.
Meno bene fa invece il suo innamorato sulla scena; Martin Susnik appare in qualche difficoltà sin dall’inizio, poco a suo agio nella tessitura acutissima che Verdi riserva ad Edoardo di Sanval. L’emissione appare a tratti difficoltosa e la concentrazione del suono tutta nel naso non aiuta, tanto che in “Pietoso al lungo pianto” e più ancora nella cabaletta “Deh lasciate a un’alma amante” Susnik fatica non poco. Belle e timbrate sono invece le note centrali.
Giulio Mastrototaro si conferma consumato animale da palcoscenico dando vita ad un Barone di Kelbar di irresistibile comicità ma al contempo mai sopra le righe, ricco nel fraseggio e negli accenti.
Il signor La Rocca di Matteo D’Apolito è pienamente convincente sia nel canto che nella recitazione, forte anche di una fisicità che lo asseconda nel caratterizzare al meglio il personaggio.
Non sfigurano, a completamento del cast, il Conte di Ivrea ben tratteggiato da Andrea Schifaudo e il Delmonte di Rino Matafù.
La direzione di Francesco Pasqualetti è brillante nelle dinamiche e ben calibrata nelle scelte agogiche, alle quali l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna risponde con precisione. Una maggiore intesa fra buca e palcoscenico sarebbe tuttavia auspicabile, soprattutto nei concertati.
Molto bene fa il Coro preparato da Andrea Faidutti.
Nota dolentissima la regia di Massimo Gasparon, autore anche di scene, costumi e luci, che di fatto stravolge il progetto originario che Pier Luigi Pizzi realizzò nel 1997 e che era improntato ad una sobria eleganza in cui la vis comica dell’opera scaturiva proprio dalla pacatezza della recitazione.
L’impianto scenico è il medesimo, ma il palazzo della Pilotta diventa qui una candida villa palladiana, i costumi, per altro belli, perdono i toni pastello e ne assumono di sgargianti quasi a voler calcare la mano su un inesistente aspetto farsesco di Un giorno di regno.
Gasparon sembra optare per una palingenesi della caccola e le vicende si dipanano fra passettini, girotondi, svolazzi della servitù, smorfiacce e comicità facile, con la complicità dei movimenti coreografici affettati di Gino Potente. A Verdi non si addice Vanzina ma comunque va dato conto che il pubblico sembra divertirsi parecchio.
Successo pieno e applausi per tutti.
Alessandro Cammarano
(28 settembre 2018)
La locandina
Direttore | Francesco Pasqualetti |
Regia, Scene, Costumi, Luci | Massimo Gasparon |
da un progetto originale di Pier Luigi Pizzi per il Teatro Regio di Parma, 1997 | |
Movimenti coreografici | Gino Potente |
Maestro del coro | Andrea Faidutti |
Il cavalier Belfiore | Michele Patti |
Il barone di Kelbar | Giulio Mastrototaro |
La marchesa del Poggio | Gioia Crepaldi |
Giulietta di Kelbar | Diana Rosa Cárdenas Alfonso |
Edoardo di Sanval | Martin Susnik |
Il signor La Rocca | Matteo D’apolito |
Delmonte | Rino Matafù |
Il Conte di Ivrea | Andrea Schifaudo |
Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna |
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