Mario Conte: «THE OPERA!, un musical non musical»

Mario Conte, nato a Napoli ma milanese d’adozione, vanta collaborazioni con numerosi artisti italiani e internazionali, tra cui Jon Balke, Meg, Colapesce e Loredana Bertè. Il suo lavoro di compositore e sound designer lo vede impegnato in produzioni per cinema, pubblicità e sound art.
Conte firma la colonna sonora di The Opera! Arie per un’eclissi, film di Davide Livermore e Paolo Gep Cucco, un viaggio tra la musica classica, l’opera e la musica elettronica più rarefatta.

  • Come nasce e si sviluppa l’idea che sta alla base della colonna sonora THE OPERA!?

La musica è alla base della costruzione del film.
La trasposizione stessa del mito, dal mondo classico a un immaginario distopico e senza tempo, segue una trama narrativa che si intreccia con i libretti delle diverse arie, utilizzando quindi musica e testi di opere liriche tra le più celebri per raccontare questa reinterpretazione del mito di Orfeo.

Questo alla base, poi man mano abbiamo integrato una serie di composizioni originali che andavano a ‘legare’ e amalgamare la soundtrack, cercando di creare un flusso musicale continuo che unisse generi musicali ed epoche diverse in una sotto trama narrativa che risultasse fluida e coerente al flusso visivo.

  • È difficile scrivere musica parlando della musica stessa?

La difficoltà maggiore è stata quella di interagire, come musicista, con brani a dir poco epici, famosissimi e universali, cercando un equilibrio che restituisse la potenza fuori dai classicismi, all’interno di un quadro narrativo moderno e surreale.
Quando analizzi queste opere è immediata la percezione di perfezione e genialità nella scrittura; non è stato quindi sempre immediato associare delle musiche originali che aggiungessero dettagli al racconto senza risultare forzate o incoerenti.
La parte del sound design si è rivelata importante e impegnativa, ma anche molto creativa. Si trattava di creare dei veri e propri mondi sonori che identificassero i vari ambienti fantastici e surreali realizzati in virtual screen.
D’accordo con i registi, abbiamo deciso che questi sfondi sonori dovessero contenere sempre degli elementi musicali, anche se effimeri, distanti. Una sorta di orchestrazione impercettibile di paesaggi sonori.
Nel film la maggior parte del sound design, trae spunto da registrazioni e manipolazioni delle orchestre che abbiamo registrato in luoghi e ambienti anche inusuali e molto diversi tra loro. Il suono dell’hangar, per esempio, è un rumore bianco re-amplificato usando come cassa di risonanza le casse armoniche dei contrabbassi o i fusti, di diversi materiali, delle percussioni. Il tutto processato con tecniche analogiche e digitali.
Il frutto di questo lavoro è una musica a tutto tondo che include oltre alla parte musicale in senso stretto, anche il sound design e i dialoghi.

  • Nella colonna sonora convivono generi diversi. La contaminazione è quindi una strada percorribile nell’opera?

La musica stessa è fatta di contaminazione. Senza di essa non ci sarebbe stato alcuno sviluppo dell’arte e anche la musica occidentale non sarebbe così varia come la conosciamo oggi.
In tutta la storia della musica le ispirazioni sono state sempre di varia natura, spesso anche frutto del momento storico, delle mode, del sentire collettivo di un popolo, di concetti filosofici o sociali.
L’abilità dei grandi compositori è stata però sempre quella di fondere in uno stile personale tutti gli elementi a loro disposizione.

In un certo senso, riordinando il caos primordiale in favore di un flusso che risultasse nuovo, anche non necessariamente riconducibile direttamente agli elementi ispirativi originali.

Ciò detto, con il passare del tempo, il solco tra musica popolare e musica ‘colta’ ha teso ad acuirsi, spesso cristallizzando la musica classica e l’opera in qualcosa di statico, intoccabile. Una sorta di perfezione immutabile da riprodurre sempre con un certo timore reverenziale e filologico rispetto a cambiamenti ed evoluzioni.

Questo principalmente in relazione alla parte musicale dell’opera. Le regie, infatti, sono ormai da tempo spesso proiettate nel futuro o comunque in tempi e luoghi anche radicalmente diversi dalle ambientazioni originali.

Tutto ciò grazie anche all’utilizzo di tecnologie moderne come video mapping, scenografie e ambientazioni anche lontane dalle versioni originali (Davide Livermore e Gep Cucco ne sono maestri conclamati).

La musica invece, così come la sua diffusione in teatro, è rimasta sempre uguale nel tempo. Ovviamente non è che si dovesse cambiare qualcosa nella scrittura di Puccini o di Verdi, ma un approccio meno conservativo, più innovativo e con meno timori reverenziali sono convinto potrebbe dar vita a nuovi spunti interessanti.

Non è un’operazione scontata e dal risultato garantito, ma sicuramente una possibilità.

Mi piacerebbe un giorno affrontare una reinterpretazione di un’opera lirica utilizzando un organico orchestrale di soli sintetizzatori. Chissà che prima o poi non riesca a farlo davvero.

  • A chi è destinato THE OPERA!?

Credo che questo film abbia una duplice valenza. È sicuramente dedicato agli appassionati di musica, ma non solo.

Rappresenta un tentativo di avvicinare al mondo della musica lirica e classica anche chi ne è stato sempre distante, per preconcetto, mancanza di mezzi o banalmente per pigrizia.

È anche però un film carico di emozione, con una profondità narrativa che arriva a prescindere dalla musica.

È un musical non musical, che vede la partecipazione sullo stesso piano di grandi attori, interpreti vocali e strumentali, direttori d’orchestra prestigiosi – i maestri Placido Domingo e Fabio Biondi –, ricco di colpi di scena e situazioni inaspettate che giocano con il dramma, l’ironia e talvolta il grottesco.

Quindi, in questo senso direi che è un film per tutti.

  • Dal suo punto di vista, l’opera ha un futuro? 

Premetto che il mio punto di vista è del tutto irrilevante rispetto a un tipo di rappresentazione che, nata ufficialmente nel ‘500 con Monteverdi, splende e rifulge ancor oggi di vita propria. Credo che ci sarà sempre un futuro per l’opera, soprattutto se la intendiamo come l’opera delle origini, vicina al popolo e non necessariamente solo alle élite. Ovvero una rappresentazione popolare, un archetipo di tutto il crogiuolo delle emozioni umane: amore, gelosia, conflitti di classe, familiari, torti e vendette, passione, dannazione e redenzione.

In una parola, quello che, nel bene e nel male, ci contraddistingue come esseri umani.

Alessandro Cammarano

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