Parma: la Favorita prende coscienza
La Favorita non è La Favorite: al di là di quella che potrebbe passare per un’ovvietà le differenze tra le due versioni risultano perfettamente evidenti, con uno sbilanciamento evidente a favore dell’originale francese.
Nella versione rielaborata per la prima rappresentazione italiana avvenuta a Padova nel 1842 – complice anche una versione ritmica largamente sbilenca ad opera dello Jannetti e che fu disapprovata dal compositore – manca l’afflato drammatico del Grand Opéra e l’unità teatrale si sbertuccia fino a che le vicende non sembrano più avere logica consequenzialità.
Se in tempi moderni si opta per la messa in scena della Favorita – operazione che sa comunque un po’ di antiquariato – è necessario più che in altre circostanze ricorrere ad una drammaturgia che lasciando intatto lo spirito dell’opera ne consenta la comprensione dandole dignità; certo è rischioso, ma ove si decidesse di lasciare tutto com’è – e a Donizetti non piaceva – il servizio reso sarebbe sicuramente peggiore.
Andrea Cigni rischia e vince raccontando una storia che oscilla costantemente tra prese di coscienza e spersonalizzazione da parte di ciascuno dei personaggi che solerti servi di scena vestono con costumi – meravigliosamente belli e funzionalissimi firmati da Tommaso Lagattolla – estratti da teche di vetro e capaci di caratterizzarli socialmente spogliandoli però al contempo della loro natura più intima e vera.
Il gioco funziona benissimo anche grazie all’impianto scenico immaginato da Dario Gessati a richiamare un teatro anatomico il cui tavolo settorio viene occupato alternativamente Leonora, Fernando e Alfonso divenendo metafora di un altare sul quale i sentimenti vengono annientati.
Sugli spalti il coro – che come nella tragedia greca diviene sentire collettivo – in bianco neutro assiste e commenta con cartelli recanti le parole di maggior pregnanza presenti nel libretto.
Il gesto scenico è scabro, pregnante nella sua essenzialità, evocativo.
Del tutto convincente anche il versante musicale a cominciare dalla direzione di Matteo Beltrami che alla testa di una precisa Orchestra Filarmonica Italiana – menzione doverosa per ottoni e archi gravi – sposa una lettura appassionatamente lirica nella quale emergono agogiche rapinose e dense pennellate dinamiche il tutto a sostenere una narrazione lucidamente tesa.
Nel ruolo titolo Anna Maria Chiuri profonde tutta la sua esperienza tratteggiando una Leonora autorevole nel fraseggio e al contempo giustamente fragile così come Celso Albelo – al netto di qualche portamento di troppo – si dimostra ancora una volta belcantista di classe dando voce ad un Fernando capace di attingere ad una ben assortita tavolozza di colori.
Simone Piazzola disegna il suo Alfonso attraverso una meditata scelta di accenti oltre che con bella rotondità di emissione, così come Simon Lim è Baldassarre dalla cavata rigogliosa.
Il cast si completa con la Ines extralusso di Renata Campanella e il buon Gasparo di Andrea Galli.
Bene il Coro del Teatro Municipale di Piacenza preparato da Corrado Casati.
Successo pieno di pubblico – molti i giovani – e applausi convinti per tutti.
Alessandro Cammarano
(27 febbraio 2022)
La locandina
Direttore | Matteo Beltrami |
Regia | Andrea Cigni |
Scene | Dario Gessati |
Costumi | Tommaso Lagattolla |
Luci | Fiammetta Baldiserri |
Personaggi e interpreti: | |
Alfonso XI | Simone Piazzola |
Leonora di Gusman | Anna Maria Chiuri |
Fernando | Celso Albelo |
Balsassarre | Simon Lim |
Don Gasparo | Andrea Galli |
Ines | Renata Campanella |
Orchestra Filarmonica Italiana | |
Coro del Teatro Municipale di Piacenza | |
Maestro del coro | Corrado Casati |
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