Venezia: cinquanta sfumature di Anna

Amore, potere e morte sono i temi centrali del melodramma dell’Ottocento, e in Anna Bolena emergono in quest’ordine preciso.

Donizetti, tra il 1830 e il 1837, incontra per ben tre volte – in realtà quattro se consideriamo anche il Castello di Kenilworth – le regine Tudor, in particolare Elisabetta I, dando vita a una trilogia di opere che si distinguono per la loro straordinaria forza drammatica e per l’impressionante coerenza estetica e musicale.

Anna Bolena, grazie al libretto dotto di Felice Romani, è musicalmente ancora influenzata da Rossini, alla cui fonte Donizetti attinge principalmente negli insiemi e nei concertati, mostrando tuttavia già una solida esperienza e una padronanza compositiva di altissimo livello.

Alla Fenice la Bolena mancava – incredibilmente – dal 1857 e vi fa ritorno, nell’edizione critica che Paolo Fabbri ha curato per Casa Ricordi®, forte di un’esecuzione pressoché integrale.

Pier Luigi Pizzi, eterno ragazzaccio del teatro non solo d’opera, firma in toto – ad eccezione del disegno di luci, e di ombre, ben congegnato da Oscar Frosio – un allestimento di grande rigore storico ma al medesimo tempo scevro da ogni calligrafismo.

Pizzi, come accade da tempo in questa sua nuova fase creativa, lavora per sottrazione, immaginando spazi delineati da pochi elementi significativi che rimandano ad un Inghilterra del Sedicesimo secolo rivista attraverso gli occhi della pittura romantica del primo Ottocento e in particolare a Francesco Hayez: nella vasta aula in stile Tudor sono il grigio, declinato in mille screziature,  e la “notturnità” a prevalere, talora screziato dall’avorio di Anna e dal cremisi – il colore del peccato – di Giovanna.

Nelle ombre i personaggi e le masse, vestiti con grande eleganza e qualche più che opportuna deroga alla pertinenza storica – il “museo” è altro luogo e non si addice all’opera – si muovono a formare tele viventi di grande impatto visivo e capaci di cristallizzare momenti ed emozioni.

Meno convincente, seppur con alcuni opportuni distinguo, la parte musicale.

Renato Balsadonna accompagna con esemplare mestiere, lasciando sostanzialmente liberi i cantanti – in alcuni momenti soverchiati da volumi orchestrali imponenti – di esprimersi secondo le proprie personali intenzioni il tutto scegliendo tempi decisamente serrati e corse a precipizio nelle strette.

Dal canto suo Lidia Fridman è un’Anna “wagneriana” quanto a potenza di emissione e ad impeti drammatici; purtroppo manca l’irrinunciabile leggerezza che il Belcanto imporrebbe. Per lei, comunque, un vero trionfo di pubblico.

Nei panni della rivale Giovanna Carmela Remigio offre ancora una volta una prova maiuscola per aderenza al personaggio, ricchezza di fraseggio e adesione totale alla parola cantata.

Il Percy di Enea Scala parte in salita, quasi affaticato, rendendosi viva via più sicuro fino a restituire un “Vivi tu, te ne scongiuro” di esemplare nitore.

Alex Esposito si conferma basso grand-seigneur vestendo i panni di un Enrico sottilmente perfido, capace di insinuazioni melliflue seguite da esplosioni d’ira, il tutto con voce sempre più rotonda nelle note gravi e sontuosamente luminosa in centro.

Lodi incondizionate a Manuela Custer, Smeton superlusso e riccamente colorato, e un plauso convinto al Rochefort inappuntabile di William Corrò e al preciso Hervey di Luigi Morassi.

Sontuoso il Coro preparato da Alfonso Caiani.

Al termine delle tre ore abbondanti di musica – la Bolena è lunga – successo pieno per tutti con ovazioni, si diceva, alla protagonista.

Alessandro Cammarano
(28 marzo 2025)

La locandina

Direttore Renato Balsadonna
Regia, scene e costumi Pier Luigi Pizzi
Light designer Oscar Frosio
Personaggi e interpreti:
Enrico VIII Alex Esposito
Anna Bolena Lidia Fridman
Giovanna Seymour Carmela Remigio
Lord Rochefort William Corrò
Lord Riccardo Percy Enea Scala
Smeton Manuela Custer
Sir Hervey Luigi Morassi
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Maestro del Coro  Alfonso Caiani

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